Ho usato PC e internet sempre per la lavoro. Circa quindici mesi fa però ho cominciato a giocare in alcuni giochini gratuiti on line. E’ stato mio figlio che mi ha convinto a provare, e dopo alcuni tentativi ad agosto dell’anno scorso ho trovato un gioco che mi ha appassionato.
Ho cominciato ad usare il gioco come un’evasione, avevo bisogno di evadere i problemi che mi soffocavano. Avevo bisogno di una valvola di sfogo che non fosse la mia famiglia, perché non volevo pesare troppo, volevo apparire una persona forte e sicura.
In quel gioco conobbi molte persone, ragazzini con aspirazioni in politica che si dimostravano ottimi diplomatici, riuscendo a stipulare patti di alleanza e protezione, parrucchiere che fra una messa in piega e una permanente, lanciavano attacchi micidiali, rappresentanti che riuscivano ad entrare e spiare i gruppi più forti di tutto il gioco, bancari che erano strateghi perfetti. Neanche a dirlo il gioco mi prese, e dai pochi minuti il giorno, passai alle ore, e anche se non le conoscevo personalmente, tutte quelle persone me le figuravo nella mia mente, conoscevamo i nostri orari, le nostre abitudini. Una persona in particolare era diventata un punto di riferimento, sempre collegata, a capo di una delle più forti congreghe e ormai nostra alleata.
Non parlavamo mai con C. della nostra vita, solo del gioco, le uniche cose che sapevo era che nel suo stesso gruppo giocavano sua moglie e suo figlio. Ci siamo divertiti moltissimo per mesi, quel mondo era diventato per me un posto in cui nascondermi. Ricordo una domenica mattina, mi collegai prestissimo, era da passata da poco l’alba e lui era on-line. Mi chiese che mi succedeva perché non ero con mio marito. Gli risposi che ero troppo nervosa, non riuscivo a ordinare la mia vita come volevo e questo mi metteva il panico. Lui mi chiese come era il tempo dalle mie parti, era una giornata nebbiosa e pioveva già. Mi disse di spengere il PC, e di uscire con la mia famiglia. Ricordo che mi misi a ridere, con quel tempo e nel mese di novembre dove sarei potuta andare? Ma lui insisté, mi disse di godermi ogni momento. In effetti spensi il PC e più tardi andai in un posto che con la nebbia sembra uscire da una favola di re Artù. Mi divertì moltissimo raccontando storie di fantasmi a mio figlio, mentre passeggiavamo fra le stradine dell’isola in mezzo al lago Trasimeno.
Dopo alcune settimane C. smise di essere on-line, non riuscivo più a contattarlo, neppure sua moglie e suo figlio. Mancando poche settimane a Natale pensai fosse in ferie, ma dopo quattro giorni di assenza totale dal gioco, mi contattò sua moglie. Mi disse che C. era morto, era da molto tempo gravemente malato.
Ripensai a quella domenica mattina, alle sue parole, o meglio al suo messaggio, pensai che avevamo fatto talmente tanti discorsi assurdi, parlato di quel gioco sciocco, quando lui stava morendo. Mi sentì un’idiota, non avevo capito niente. Credo che sua moglie riuscisse a leggermi nel pensiero perché più tardi mi scrisse un lungo pvt in cui mi rassicurò dicendomi che per suo marito, distogliere la mente dalla realtà e sprofondare in quel gioco, circondato da dame e cavalieri, aveva significato veramente tanto.
Ma io a distanza di mesi, non riesco a darmi una giustificazione, non so cosa farei se sapessi di stare per morire; certo è che anche senza esserne cosciente, senza avere la sua stessa sofferenza, anche io avevo scelto di non vivere a pieno la mia vita e di nascondermi in un mondo che non esiste.